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Ieri la capa mi ha dato i soldi per il taxi e son diventato fattorino per qualche ora. In giro per Torino e provincia. Grande opportunità di crescita professionale. Sole a picco, e ovviamente trovo l'unico taxi senza l'aria condizionata. Il tassista, dopo aver infilato una serie di banalità una dietro l'altra (della serie "il mondo va a rotoli", "i giovani son tutti drogati o alcolizzati") e dopo avermi rivelato di essere "di famiglia nobile" (?!), si volta verso di me, e con aria complice mi fa: "Lo sa chi è secondo me il miglior giornalista italiano". Io lo guardo cercando di far trasparire almeno un grammo di interesse, e lui con aria serissima: "Bruno Vespa. E' così perfetto, mai una parola sopra le righe". Sono rimasto quasi incredulo, non credevo esistesse davvero gente così. Avrei voluto dirgli che secondo me Bruno Vespa è un inutile coglione, invece mi son messo a guardare fuori dal finestrino. Torino ribolliva.
Da un articolo sulla "Stampa" di oggi:
«L’estate 2008? Per chi vive nel Nord-Italia non esisterà: la primavera planerà d’un fiato nell’autunno»
Luis Buñuel intervistato da Tomás Pérez Turrent e José de la Colina a proposito del suo La via lattea (1969) in Buñuel secondo Buñuel (ed. Ubulibri, Milano 1993, p. 186).
David Gray - Shine
Battiato - Summer on a solitary beach
Baustelle - Gomma
Johnny Cash - I see a darkness
CCCP - Annarella
De André - Se ti tagliassero a pezzetti
C'è uno scrittore che ho scoperto da poco. Giovanni Arpino. Alcuni suoi articoli pubblicati sulle pagine sportive de La Stampa negli anni Settanta sono dei piccoli capolavori in cui mi sono imbattuto, per caso, durante le ricerche per la tesi. Ha scritto un po' di romanzi, non abbastanza conosciuti. Nessuno come lui ha saputo raccontare la necessità del rifiuto di ogni forma di volgarità, sguardo ironico sul mondo e ironia trasparente. Un vero sperimentatore e, forse, il più sottovalutato scrittore torinese. "Un'ora con lui era un bagno d'osservazioni, ricordi, aneddoti, confessioni, sembrava che ti avesse spiattellato su un tavolo tutto se stesso", scriveva Indro Montanelli. Giovanni Arpino è morto nel 1987. E' un piacere riscoprirlo.
"Vedrai che sapremo sostenere con giudizio, la nostra minima parte di pace".
Qui, da queste pagine, desidero ringraziare di cuore l'anziano controllore che stamattina sul bus 45 non mi ha fatto la multa nonostante non avessi il biglietto. Mentre cercavo di mettere insieme una giustificazione almeno decorosa per evitare la sanzione ("scendo alla prossima", "sto andando in ospedale", "ah, ci vuole il biglietto?"). Ecco, mentre la mia mente viaggiava, lui mi fissa per un paio di secondi e poi sottovoce mi fa: "Va bè, fai finta di niente, va bene così, non dire una parola che se no qua le vecchiette mi rompono le palle che non faccio le multe". Bella storia. Grazie ancora.
Non fa nemmeno così freddo, stamattina. Il vento del nord si va a schiantare contro i palazzi della periferia, per poi dissolversi, prima di arrivare nel centro della città, in migliaia di rivoli di brezza ghiacciata. Rolo indossa pantaloni di velluto pesanti, un maglione di lana rosso, e una giacca leggera. Vicino a lui c'è Luz Azul; lei è come il suo nome, trasparente. Lo puoi leggere da una parte o dall'altra, da destra o da sinistra, dall'inizio o dalla fine, sempre Luz Azul, Luz Azul. Loro ci sono nati, lì, a Ushuaia.
Ushuaia. La città più a sud del mondo. Argentina, Terra del fuoco. Per gran parte del '900 quel posto era stato soltanto una prigione per criminali pericolosi. A tremila chilometri da Buenos Aires, tra laghi e montagne desolate, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di cercare di scappare. Poi la città si era ingrandita, la prigione era stata chiusa, erano rimasti solo il freddo e la speranza di andarsene. Fino a cinquant'anni fa nessuno voleva restarci a vivere, lì a cinquecento chilometri dall'Antartide. Ma le cose cambiarono velocemente. L'Argentina, da paese in crescita che era, con risorse naturali infinite, non aveva tardato a uniformarsi al liberismo dilagante che l'aveva trascinata sul lastrico. Dittature, decine di migliaia di scomparsi, governi più o meno democratici, crisi senza fine. Di tutti gli sconvolgimenti che avevano squarciato il paese, a Ushuaia non se n'era accorto nessuno. Laggiù, lontano da tutto, quello che contava erano soltanto il mare, la neve, le montagne, le rare giornate di sole.
Rolo e Luz Azul si siedono sul molo. Per loro Ushuaia è l'inizio di tutto. Altro che la fine del mondo. I ragazzi come loro se ne andavano sempre più spesso. Verso la capitale, verso gli Stati Uniti, verso l'Europa. Loro no, loro non l'avrebbero fatto. Almeno, non subito. Perchè la Terra del fuoco si fa strada in quei cuori congelati dalla neve e dal vento. Rolo saluta con un semplice gesto della mano i pescatori che tornano a riva. Luz Azul non si sente mai sola in quella città così lontana da tutto. Si voltano a guardare la distesa del mare. "Dove il giorno ferito impazziva di luce".
Da Zakamoto.com: "Questa è un icona per il futuro. Una bandiera, dipinta ad olio, per il cambiamento. Come tale non voglio che sia di qualcuno, ma di tutti. Sventola sul balcone della Bottega Indaco da qualche tempo, in molti mi chiedono da dove venga. Voglio che inizi a viaggiare e porti con se il suo inno al nuovo mondo. Voglio che sia come un cartellone sul fianco di un bus, come un brand su un cappellino, come una mail spam. Lasciami il tuo indirizzo, ti invierò la bandiera, sarà tua per 3 giorni, potrai farla sventolare sul tuo balcone, terrazzo, giardino, tetto. Ti chiedo solo di mandarmi una sua immagine da pubblicare su questa pagina. Quindi ti invierò l'indirizzo del proprietario successivo e a lui la invierai. Spero possa fare il giro del mondo e ritornare a casa stanca e soddisfatta" Akira Zakamoto
9 maggio 1978. Torino, quartiere Mirafiori sud. Luigi torna a casa, è quasi notte. Ha girato col suo furgoncino a fare consegne, come sempre, tutto il giorno. Accende la Tv. Il bianco e nero illumina la stanza. Il TG1 è ancora in onda. Strano, è già tardi. Luigi di politica non se ne intende più di tanto, vota comunista. Più che altro per abitudine. Ma lo sa bene quello che sta succedendo in quelle settimane. Le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro, il paese è bloccato, sotto shock, inerme. Si siede su una sedia di legno, affonda i denti nel panino salame e formaggio che è la sua cena. Ascolta la voce lontana dell’annunciatore inquadrato a mezzo busto: hanno trovato il cadavere di Moro, nel bagagliaio di una Renault, a Roma. Non si stupisce. Inizia a domandarsi quello che può succedere da quel giorno in poi. Quello che cambierà. Tutto? Niente? Prova una fitta di dispiacere per la famiglia di Moro. La moglie, i figli. Poi di colpo squilla il telefono. Non lo chiama quasi mai nessuno a quell’ora. Abbassa il volume. Si alza per rispondere. È una voce lontana. Un amico che non sentiva da tempo. “Ti ricordi di Peppino?”. “Certo, Peppino”. Peppino Impastato, certo che se lo ricordava. Passavano le estati insieme, da bambini. Forse, alla lontana, erano anche cugini. Qualcosa del genere. Quella voce debole e distante scandisce le parole. “L’hanno ammazzato. Una bomba sui binari della ferrovia. Peppino non c’è più”. “Perchè l'hanno ammazzato?”. Era un giorno particolare, quel 9 maggio 1978. Uno di quei giorni in cui i sogni bruciano, bruciano, e spariscono. Erano gli Anni Settanta.
9 maggio 1978: Le Br uccidono Moro, la Mafia uccide Impastato
È il quindici di agosto. Roma frigge sotto un cielo giallo e l'asfalto sembra più morbido del solito. Trentanove gradi, dice il cartellone luminoso davanti al supermercato. Francesca, in sella al suo motorino malandato, sta tornando a casa. Casa è un condominio sconfinato, non lontano dal carcere di Rebibbia. Il suo appartamento è al nono piano: ci vive da due anni. Sono le tre di pomeriggio, ha davanti a sé un intero pomeriggio di relax; il giorno dopo, con due amiche, ha in programma di andare in campeggio per una settimana. Le meritate vacanze dopo un anno di merda, passato a servire ai tavoli di Pastarito Pizzarito cinque sere su sette. C’è un bel silenzio tutt’attorno, sono tutti via. D’altronde è domenica, ed è anche ferragosto. “Solo i più coglioni sono ancora in città” dice Francesca tra sé e sé. Le scappa un sorriso. Apre il portone di metallo, chiama l’ascensore. Schiaccia il pulsante numero 9, e inizia a salire. È sovrappensiero. Negli occhi immagini di onde e treni e acqua fresca. Di colpo, uno strattone. Tutto immobile. Schiaccia a casaccio tutti i tasti, anche quello giallo dell’allarme. Non succede nulla. È bloccata. Non ha nemmeno il cellulare, lo dimentica spesso a casa. Inizia a respirare più veloce, il cuore se ne va un po’ per conto suo. Il silenzio persiste, l’aria diminuisce. Dieci. Venti. Trenta. Quaranta minuti. Ha già urlato, ma non c’è stata nessuna reazione. Però Francesca è convinta che la signora Marini, quella del quinto piano, sia a casa. L’ha intravista stendere i panni sul balcone mentre parcheggiava il motorino. Cavolo, qualcuno c’è, qualcuno ci deve essere. Urla ancora. Solo silenzio. Roma d’estate. Milioni di turisti tra i Fori e il Colosseo. E pochi chilometri più in là, il silenzio. Alle sette di sera le pareti rosse dell’ascensore le appaiono sempre più scure. Sta piangendo, Francesca. Ha fame, ma soprattutto sete. Soprattutto paura. Non crede che ci sia il rischio concreto di restare chiusa lì dentro per sempre. Ma il silenzio, quel silenzio, è una spina sotto pelle. Poi una voce, parole che non comprende. Ricomincia a urlare. Sono due le voci, una maschile e una femminile. La raggiungono, le parlano attraverso il vano ascensore, la rincuorano. Sono Ian e Micaela, i rumeni del terzo piano. Dopo un’ora abbondante arrivano i tecnici. Hanno un’aria stanca e annoiata. La tirano fuori. Quella sera, bevendo birra ghiacciata sul balcone di casa, Francesca pensa a una frase di Italo Calvino: “Il rischio che abbiamo corso è stato vivere: vivere sempre”.













